Italia e Birmania. Ognuno coi suoi problemi.

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Leggo una notizia d’oggi divulgata dall’agenzia informativa del Parlamento Italiano: “è con viva preoccupazione che apprendiamo delle notizie di irregolarità nelle elezioni in Birmania per favorire la vittoria del Partito della Solidarietà e dello Sviluppo dell’Unione (USDP) legato alla giunta militare al potere – afferma il senatore Giorgio Tonini, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Esteri a Palazzo Madama – si moltiplicano di ora in ora le testimonianze di brogli, soprattutto per la mancata numerazione delle schede, espediente che secondo il partito di opposizione (Forza Democratica Nazionale – NDF) avrebbe consentito alle autorità birmane di aumentare i voti dell’USDP attraverso schede non votate. Oltre alla profonda delusione per questa mancata occasione di fare un passo avanti verso una vera democrazia cresce la preoccupazione per gli incidenti e gli scontri che si stanno susseguendo nel Paese che rischiano di precipitare la Birmania in una nuovo baratro di violenze, repressioni e sangue. È per questo che alle nuove pressioni per la liberazione di Aung San Suu Kyi di Usa, Unione Europea e Giappone, dovrebbe affiancarsi anche l’azione diplomatica del nostro Paese”.

È vero che abbiamo grandi emergenze in Italia. È anche vero che la nostra situazione politica è allarmante. Se poi ci mettiamo una buona dose di campanilismo, uno potrebbe dire ma chemmenefrega della Birmania e dei problemi degli asiatici. È anche vero, però, che uno Stato, in quanto tale, ha delle responsabilità internazionali e i suoi rappresentanti se ne devono prendere carico. In maniera concreta. Non siamo soli al mondo e la cooperazione internazionale è fondamentale e prioritaria, quanto la politica interna. Succedono cose, avvenimenti, fatti che portano in primo piano la responsabilità dell’Italia e di tutti gli altri Paesi, detti democratici, verso qualsiasi altro Paese del mondo dove i diritti fondamentali dei propri cittadini vengono calpestati dall’autorità militare.

Avete pensato se un giorno la dittatura militare prendesse il sopravvento in Italia e fossimo tutti costretti a stare attenti a quello che diciamo per strada? Questo non può accadere oggi perché siamo uno Stato democratico, vero? Ci faremmo sempre rispettare, andremmo in piazza a protestare e manifestare… e se ci sparassero addosso? E avete poi pensato se a nessun altro Paese gliene importasse più di tanto e tutti i loro diplomatici si limiterebbero a supportarci “a parole”? Beh, questo potrebbe succedere anche in Italia ed in qualsiasi altro Paese europeo e non.

Non solo per questo, soprattutto per una questione d’informazione, vorrei dedicare spazio e parlare della situazione birmana e delle recenti elezioni-farsa che si sono svolte in questo Paese.

Mi vien in mente l’Italia mentre scrivo, perché anche da noi le elezioni sono un poco una farsa, però, siamo seri, non hanno niente a che vedere con l’importanza della situazione birmana. Insomma, mentre qua si parla di puttane e televisione, mentre si ride su quello che  fa Berlusconi e, come sempre, gli altri politici non propongono niente di veramente nuovo, in Birmania la gente non ha nemmeno il diritto di votare, né di parlare liberamente per strada. Peggio, il Governo prende in giro i propri cittadini. Li manda alle urne e poi controlla il voto! E guai a loro se si ribellano, perché, semplicemente, chi va contro al potere politico militare viene ammazzato… e tali avvenimenti vengono poi facilmente nascosti all’opinione pubblica mondiale. Niente giornali, niente internet, niente opinioni.

La Birmania è retta dal 1962 da governi militari. Dal 1988 è al potere una giunta denominata Consiglio Statale per la Pace e lo Sviluppo (un regime militare), che ha annullato i risultati delle elezioni democratiche del 1990 vinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia, principale partito di opposizione guidato dal Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, dal 2003 relegata agli arresti domiciliari. Nel 2007 il Paese è stato teatro di una delle più imponenti manifestazioni di protesta di massa, scatenata dal profondo disagio per le sempre più difficili condizioni socio-economiche della popolazione e dal malcontento per la politica del regime.

Domenica scorsa, dopo vent’anni, si sono riaperti i seggi in Birmania, per le elezioni considerate da tutta la comunità internazionale le elezioni-farsa indette del regime militare, soprattutto considerando l’assenza della leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi, che è agli arresti domiciliari. Il presidente USA Barack Obama ha definito le elezioni “né libere né giuste” ed ha aggiunto “queste elezioni sono state elezioni rubate. Rinnoviamo i nostri appelli alle autorità per liberare immediatamente e senza condizioni Aung San Suu Kyi e tutti i prigionieri politici”. Ovviamente ha vinto il partito militare ed i mass-media ufficiali birmani hanno raccontato di elettori che esprimevano le proprie preferenze in maniera libera e felice. Oltre al danno, la beffa.

Oggi, dopo due giorni dalla chiusura dei seggi, la Birmania è alle prese con un’insurrezione armata, che sta spingendo circa 10mila persone (i dati di oggi, ndr.) a scappare al di là del confine, in Thailandia.

 

Matteo Vitiello

 

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